Allegro – adagio – allegro. Armonie musicali nei vini di Cascina Fontana

Il silenzio delle Langhe, la natura che produce imperterrita. Mario, una Panda verde smeraldo carica di casse di vino, un cane che apre il percorso dall’ingresso della cascina come un perfetto padrone di casa. Il dubbio se tenere la mascherina, la scelta di mantenere la giusta distanza fisica, ma la vicinanza nell’esperienza vino.

Fa un caldo infernale nel primo pomeriggio agostano tra le colline di Barolo nei pressi di Alba, immerse nei silenzi, tra borghi e castelli che svettano dal verde accecante dei campi vitati, inframezzati da alberi di noccioli. Come di consueto, mentre il resto della popolazione trova sollievo in luoghi vacanzieri, io lo trovo in cantina, tra odori di mosto e umidità delle pareti. 

La dura e inaspettata quarantena non ha cambiato i ritmi biologici di Cascina Fontana in cui tutti hanno potuto continuare a badare alla natura in libertà, giostrati interiormente dal timore di violare le regole da una parte, e dal richiamo spontaneo della natura che ricordava all’uomo il suo dovere alle cure consuete, dall’altra. Un misto di necessità e di evidenza surreale, quest’ultima impossibile da ignorare.

Non vi descriverò i vini che ho bevuto, non li potreste capire da uno scritto, e nemmeno il più virtuoso dei narratori potrebbe lontanamente farvi immaginare la potente eleganza dei vini di Mario. Sappiate che questa non è soltanto chimica, è il miracolo dei vini nati in vigna, e non è un passaggio da sottovalutare perché Cascina Fontana non è un luogo di produzione in cui i conti con le uve si fanno dopo il trasporto in cantina. Qui la vite è analizzata minuziosamente da una squadra di cinque persone devote, in cui è Mario a fare da capofila, dall’inizio alla fine del ciclo annuale. Parlare con vignaioli di questo calibro fa comprendere, a noi gente di città, cosa significhi nascere in vigna seguendo le stagioni, anno dopo anno, ripetendo la stessa ciclicità, con la stessa armonia dei passaggi, mese dopo mese, stagione dopo stagione, il cimento dell’armonia e dell’inventione.

Accendo mentalmente le Quattro Stagioni, e continuo il mio viaggio. Seguitemi.

Incontro Mario Fontana nel momento più fortunato dell’anno, l’estate. L’estate violenta e fervente della calura e dell’invaiaturaallegro non molto, allegro.  Una stagione in cui l’uomo ha una breve tregua dal lavoro, il periodo in cui i chicchi cambiano colore, e dove c’è solo da sperare che il cielo non diventi furioso prima dell’epoca della vendemmia – adagio presto, presto. Il raccolto, dice Mario, è una stagione allegra e felice, esattamente come ce l’hanno raccontata da piccoli, proprio come il nostro immaginario arcaico la vorrebbe: un momento di attesa e speranza, un avverarsi ciclico dove sono necessarie forza nelle braccia e vigoria nella mente per non lasciarsi andare alla stanchezza. Quest’anno poi si raccoglierà prima a Cascina Fontana, il caldo è iniziato con anticipo e la seconda settimana di settembre si inizierà con la raccolta del Dolcetto.

L’autunno è Bacco allegro – adagio molto – allegro, i dormienti ubriachi, estasiati, assorti nell’ebbrezza. La raccolta è terminata, la macerazione ha inizio per dare vita ad un vino fatto con spirito di tradizione e rispetto per la propria filosofia, ma diverso dalle annate precedenti. Attesa ed eccitazione, tecnica e sapienza.

Poi c’è l’inverno in cui si tira il fiato, dove la vigna si addormenta perché il vento soffia gelido in allegro, dove la pioggia cade in adagio sul ghiaccio e la rigidità del clima invernale accorda l’anima del vignaiolo su un ritmo allegro.

Poi, come ogni anno, la Primavera, la rinascita: il canto degli uccelli in allegro, il largo riposo del pastore con il suo cane, quello che probabilmente mi ha accolta dall’ingresso della tenuta, la danza in allegro delle foglie e della natura frusciante che riprende il movimento.

Questa è terra di grandi rossi e Cascina Fontana li crea da cinque ettari vitati a Nebbiolo, Barbera e Dolcetto per produrre quattro tipologie di monovitigni: Dolcetto d’Alba, Barolo, Barbera d’Alba e Langhe Nebbiolo, quest’ultimo appartenente alla categoria Triple A, totalmente privo di anidride solforosa aggiunta. L’unico fertilizzante utilizzato è il letame di montagna, proveniente dai vicini pascoli, trattato da un boscaiolo che Mario conosce da anni, che d’estate si occupa della raccolta e del processo di stagionatura del letame che deve durare due anni, prima di essere portato in vigna. Mario ha antipatia nei confronti della solforosa. Sostiene che è una sofferenza per il vino che patisce ingessato, senza possibilità di evoluzione, privo di quella fluidità di beva ed evoluzione nel tempo che lui ricerca moltissimo e che, aggiungerei io, caratterizzano la personalità dei grandi nettari piemontesi.

Trahit sua quemque voluptas

“Ciò che piace spinge ogni uomo” – Virgilio

Mario è democratico, non giudica pensieri diversi dai suoi, e ha accettato con immensa saggezza che i suoi vini possano piacere o no. Coerentemente a questa felicità trasognata, ma ben consapevole del valore del suo contributo al patrimonio vinicolo italiano, iniziamo un dialogo sulla ricchezza, quella vera. La ricchezza di chi riesce a vivere uno stile di vita che consente di fare quello che piace senza costrizioni o compromessi. Quando con il lavoro della terra riesci a far felice il consumatore e a mantenere la famiglia, è fatta. Si ricorda di quando era bambino e accompagnava il prete del paese a benedire le case e, dopo la benedizione il padrone di casa offriva loro il caffè o, meglio, il ben accetto Barolo che ogni famiglia conservava a casa, e di cui il parroco chiedeva soltanto un Cüratin, il fondo della bottiglia. Ma il ricordo più bello è legato al cingolo che il suo papà gli ha regalato per il suo diciottesimo compleanno. E mentre tutti noi chiedevamo feste, gioielli e altre vanterie urbane, Mario chiedeva il suo primo cingolo per lavorare in vigna e “fare il villico”, come detto da lui. Questa è bellezza. Ora capite perché questo vino è buono e nemmeno descrivendovi la croccantezza del frutto e altri tecnicismi, avreste potuto goderne. Questo è un vino che assomiglia al produttore e alla sua semplice saggezza suggerita dai ritmi naturali scanditi. Anche se non vi ho deliziato con la descrizione di aromi, spero che un po’, ve lo siate immaginato.

All’uscita dalla cantina, di nuovo il cane che mi ha accolta, mi accompagna all’uscita e abbaia ringraziandomi per la visita. E mi ricorda che il vino e il produttore appartengono alla categoria di cane e padrone: si assomigliano, si sanno ascoltare attraverso una antichissima rituale gestualità e soprattutto, si sono promessi fedeltà eterna.

“Sono fiero di produrre vini sinceri, ottenuti seguendo il mio istinto, che rappresentano la vera espressione della nostra terra ed i segni della nostra cultura”

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