Il sogno di un giovane contadino della Valpolicella. Storia e storie dell’Azienda Agricola Spada.

Un pomeriggio di agosto che voleva assomigliare a ottobre. La chiamata di un’amica che ti propone di visitare una cantina storica della Valpolicella. Il tempo, in effetti, chiamava vino rosso e l’atmosfera di quel pomeriggio era ben lontana dalla freschezza di un rosato in giardino.

Mezz’ora più tardi eravamo da Spada, tra i nomi pionieri della Valpolicella che negli anni Sessanta ha avuto il coraggio di espiantare ciliegie, guadagno sicuro, per impiantare i primi vigneti. Nasce così questa azienda, dal sogno di un giovane contadino, lavoratore instancabile, che aveva visto nel vino la promessa di un futuro vero. E’ iniziato così un viaggio tra i vini prodotti da questa azienda e i ricordi di Renzo Spada, soprannominato “El Cencio”.  

Racconti di vita, racconti vissuti che rivivono intorno ad un tavolo, come fosse Natale. Un’immersione in un mare di ricordi, tradizioni, evoluzione e ricerca nel fare il vino, accoglienza spontanea. Proprio come ci piace.

Nel cuore della Cantina, intorno a quel tavolo di legno pesante, iniziano pian piano a materializzarsi ricordi e la stanza si fa teatro di fantasmi che entrano e che escono, silenziosi, richiamati a turno dalle parole del Cencio, mentre l’aria ha assunto la sostanza intangibile della memoria storica di tempi passati. Ci immergiamo nella campagna silenziosa del dopoguerra, nei giochi dei bambini nelle contrade, nelle espressioni dialettali delle madri al ritorno dal mercato e nel fiato stanco dei padri dopo una giornata di lavoro nei campi.

El Cencio prende delle vecchie fotografie, e una in particolare mi colpisce: ritraeva dei ragazzi dopo un torneo di tamburello, un gioco praticato nelle contrade storiche della Valpolicella. La foto è color seppia e la mano del Cencio ne sfiora i volti, uno per uno, nome per nome, come a ripassare una lezione di storia prima di un’interrogazione.

Nella stanza adiacente alla nostra, un gruppo di stranieri alticci creavano un brusio confuso, e nelle loro risate c’era l’euforia delle endorfine scatenate dal vino. Benedetta sensazione.

Nella caciara lontana, noi stavamo vivendo il nostro microcosmo di storia e storie.

Vi sarete già chiesti: perché El Cencio? Posso dirvi soltanto che in queste zone rurali si usa così da sempre, che è usanza che a un bambino venga attribuito un soprannome improvvisato, addirittura prima del nome di battesimo. Sono tradizioni secolari e ad ognuno degli abitanti di questi posti spetta ancora un tributo, un sigillo che sa di appartenenza. “Gò un neodin, el se ciama Edoardo, mi lo ciamo Michelin, e lu el ride quando lo ciamo così”

Traduzione per i non veneti: ho un nipotino che si chiama Edoardo, ma io lo chiamo Michelino e lui ride quando lo chiamo così.

Continua El Cencio: “Se baruffa sempre” (Si litiga sempre), sottinteso in famiglia.Ma sei in famiglia, e in questi casi, qualsiasi cosa succeda, il patto è indissolubile, e il sangue, come il vino, scorre come fatto naturale. “Da piccoli eravamo sempre contenti. Non avevamo niente, ma avevamo tutto. Ognuno di noi contribuiva al benessere della famiglia e arrivava un punto in cui era normale sostituire le braccia stanche di chi ci aveva preceduti. Mica come quela maraja là, che i vive su le spale de la fameja. Traduzione per non veneti: “non come quel gruppo confuso – indicando i turisti in visita – che vive sulle spalle della famiglia”. Racconta El Cencio che le prime viti dell’aziende sono state impiantate nel 1961 perché prima, in quella zona storica, la famiglia coltivava ciliegi. Poi, un giorno un barlume di futuro nell’intuizione del giovane Renzo: togliere i ciliegi e mettere uva per fare il vino. Il padre era abbastanza stanco per continuare il lavoro nei campi e Renzo sufficientemente determinato per iniziare a scrivere un nuovo capitolo della storia della famiglia. Compra trattori e inizia la coltivazione, con costanza e fatica, e in pochi anni passa a produrre da 50 quintali d’uva, a 3000. Un lavoro ininterrotto, fino ad oggi.

Esiste, ed è giusto che sia così, un vino che porta il suo nome e che volutamente è il più rappresentativo dell’azienda. Fatto dal blend di Corvinone appassito 80% con un tocco di internazionale conferito da 10% Cabernet Sauvignon e 10% Merlot. 

Gli chiedo quel è il suo ricordo più bello in vigna. Anche cantare durante la vendemmia mi potevo aspettare, d’altronde succede raramente ormai. La sua risposta è stata: aver realizzato avercela fatta e di aver fatto vino quando ancora la Valpolicella non era zona vinicola. Non dunque un momento di attività, ma quell’attimo indescrivibile e irripetibile che si prova quando realizziamo di aver fatto qualcosa di bello e di giusto. Il senso della nostra vita è tutto lì e si racchiude in quell’attimo di eternità.

Potete immaginare qualcosa di più immenso?

Con noi, in quello strano e umido pomeriggio di agosto, El Cencio con i suoi racconti e i suoi ricordi, l’uva gonfia e scura sulle viti, la campagna dei nonni, il brusio nell’altra stanza, un sorso di vino intorno ad un tavolo. In quello strano e umido pomeriggio di agosto non eravamo centro del mondo, ma al centro di un mondo, sospeso, dove il tempo aveva perso la sua importanza, dove restano l’autentico e le storie di vita vera.

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