Immagini immortali di vigneti: i paesaggi interiori di Cesare Pavese

Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incidersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti è terra rossa dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo. È un cielo sempre tenero e maturo, dove non mancano – tesoro e vigna anch’esse – le nubi sode di settembre. Tutto ciò è familiare e remoto, infantile, a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo.

Feria d’Agosto, Cesare Pavese

9 settembre 1908. Santo Stefano Belbo, Terra di Langa. Viene al mondo Cesare Pavese, uomo nato per raccontare prima in poesia, poi in prosa negli anni del regime fascista, la sua terra.

Narratore, poeta aspro, intellettuale, insegnante, traduttore. Scrittore febbrile, uomo tormentato, riflessivo e dolente, padre di personaggi inquieti, creatore di vite tristi e deliranti. Dal destino gli viene concessa la grazia di una fantasia fervida, i cui fermenti creativi trovano il terreno fecondo dell’ispirazione nelle scene di vita campestre che vive nei suoi luoghi natali. Tiene così tanto in mano la sua vita da deciderne la fine, a sua discrezione, nel 1950, lasciando tutto di sé nei suoi scritti, auto-condannandosi dunque a non morire mai.

Cesare Pavese scomparve il 27 agosto 1950 in un’afosa serata torinese, e nello stesso giorno del 2020, 70 anni dopo, mi è stata scattata questa foto che mi ritrae in giardino in una serata ligure caldissima, intenta nella lettura di una raccolta di suoi romanzi edita da Einaudi. Volevo omaggiare il mio scrittore preferito in qualche modo, e allo stesso tempo me ne vergognavo, per paura di banalizzarne il ricordo.  

Mi piace parlare del Piemonte, dei suoi silenzi, dei suoi misteri. E’ una terra in cui sembra che tutto taccia, che niente si muova, che nessuno esista. Colline punteggiate di cascine e castelli fantasma.

E’ una terra che attende e non dice parola

tratto da “La Terra e la Morte”

Attese e astensioni che trovano voce nelle parole misteriose e crude di Pavese.

Vini corposi, dai nomi importanti, Cantine cattedrali. Barolo, Barberesco, Arneis. Riempiono la bocca, riempie di orgoglio conoscerli, riempiono di gioia ad ogni sorso. Ma non è tutto poesia, premi, fiere, recensioni o punteggi. C’è chi il duro lavoro del vino l’ha raccontato senza magia, attraverso una poesia virtuosa ed efficacissima.

Faccio riferimento a due opere, La Luna e i Falò, l’ultimo romanzo scritto, e Feria d’Agosto, il più complesso e profondo.

Quei campi sono come un mare piatto che cela sotto sé il brulicare della vita. Una vita dura che, a leggere Pavese sembra fatta di sangue, lacrime e lotta, di carne bagnata di sudore rosso di fatica che appiccica i peli ad una pelle iridescente di riflessi perlacei all’imbrunire, alla fine di una durissima giornata di lavoro in vigna. La vigna protagonista de La Luna e i Falò, dove non c’è tempo di fare filosofia tra i filari. Durante la vendemmia si cantava per festeggiare il raccolto dopo un anno di fatiche, ma anche per esorcizzare la fatica del raccolto in sé, tutt’altro che un gioco.

…vennero come negli anni passati sia lei che Irene nella vigna bianca, e io la guardavo accovacciata sotto le viti, le guardavo le mani che cercavano i grappoli, le guardavo la piega dei fianchi, la vita, i capelli negli occhi, e quando scendeva il sentiero guardavo il passo, il sobbalzo, lo scatto della testa…

– La luna e i falò –

Come un corpo ben curato, ecco cos’è la vigna ben modellata.

Tutto è distintivo del ritmo della natura, del cielo, dove c’è la luna a cui credere perché governa il ritmo naturale, e dei falò che stanno sulla terra per vivificare la vigna, riti propiziatori, immagini di fertilità, e che confondono l’immagine lunare con la nebbia delle braci e delle ceneri. Così anche il vino, che deriva dal vigneto che affonda le radici nella terra, e che ambisce al cielo con i suoi rami e il suo fogliame.

Poi le pagine dedicate alla memoria, Feria d’Agosto. Sono pagine scritte in onore del ricordo che si trasforma in simbolo, e che ospita archetipi e miti perché le cose si scoprono, si battezzano, soltanto attraverso i ricordi che se ne hanno. Poiché, rigorosamente, non esiste un veder le cose la prima volta: quella che conta è sempre una seconda (…) ci sono cieli e piante, e stagioni e ritorni, ritrovamenti e dolcezze, ma questo è soltanto passato che la vita riplasma come giochi di nubi.

Esattamente come ogni anno, dopo la vendemmia, la vita affaticata si riposa per poi riprendere, sotto altre lune, un ciclo vitale silenzioso e inarrestabile che, come la vita stessa, non finirà mai.

Che cos’è questa valle per una famiglia che viene dal mare, che non sappia niente della luna e dei falò? Bisogna averci fatto le ossa, averla nelle ossa come il vino e la polenta, allora la conosci senza bisogno di parlarne.

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