Kà Mancinè: il manifesto della forza degli autoctoni del Ponente ligure

Soldano, Vallata Verbone, entroterra ligure di ponente, un pomeriggio di caldo crudele nella sua afa asfissiante. Mentre saliamo verso la cantina, il tempo rallenta lungo il tragitto in mezzo ai colli, tra strade strette e una natura vergine che prende il sopravvento nel cuore di luoghi sconosciuti.

Più si sale di quota, più il frinire delle cicale si fa intenso, e ci si abitua all’assenza dell’uomo. Dal finestrino, in fondo alla valle, lontanissimi paesini fatti di case tanto affastellati da sembrare mattoncini lego scombinati. Una poetica di ammassi di rocce immobili.

È la mia Liguria di dirupi e di mare piatto dall’altra parte della valle, una terra schiva ma ricchissima.

In mezzo alla macchia mediterranea, tra arbusti soleggiati in terreni aridi, colpi di colore della ginestra sulla terra brulla, tra lentisco, ginepri e cardi si trova Kà Mancinè, una piccolissima cantina dedita alla produzione di vini che rispecchiano perfettamente l’ambiente naturale che la circonda. Vini autentici, forti, unici, calmi, morbidi e potenti.

Siamo stati accolti da Maurizio Anfosso, proprietario insieme alla moglie Roberta di questa piccola realtà di entroterra composta da 4 ettari vitati che conta una produzione di 20.000 bottiglie l’anno. L’azienda è poco lontana da Bordighera, in un territorio ricco soprattutto di floricoltura e uliveti taggiaschi.

L’azienda

Kà Mancine significa letteralmente la “casa dei mancini”, un soprannome di famiglia. Il vero cognome è Anfosso, ma a distanza di 100 metri dalla porta di ingresso c’era un omonimo di Maurizio, senza che tra i due ci sia nemmeno un minimo di legame di sangue. Per distinguere un Anfosso dall’altro, hanno puntato su una particolarità: uno dei due era mancino e I Mancinei è diventato quindi il soprannome che si è portata appresso, e che ancora si porta, la famiglia di Maurizio.

La storia di questa azienda è relativamente recente: nel 1998 la famiglia di Maurizio ha ripreso la terra, le vecchie proprietà della famiglia, ovvero quelli che sarebbero stati i campi da vitati di oggi.

Nel 2006 viene messa in commercio la prima bottiglia. A Kà Mancinè si svolgono manualmente tutte le operazioni, dalle incombenze viticole di natura eroica (le vigne si distendono su ripide terrazze), alle operazioni di vinificazione.

Addentriamoci nei vini, dei veri fuoriclasse. Nervosi, scattanti, sempre capaci di restare fedeli alla loro morbida eleganza. No, non è contraddizione. E’ armonia.

  • Rossese Dolceacqua Beragna: secco, armonico, fiorito e fruttato, discreta struttura). Armonioso, fine, fresco, più espressivo con il pesce che con i piatti di carne
  • Rossese Galeae DOC: fine, più maturo e strutturato del precedente, fiori densi e frutta rossa, armonico. Nel 2016 esce la prima etichetta proveniente da questo Cru caratterizzato da una terra ricca di argilla che conferisce al vino una morbidezza allettante, da cui proviene anche il morbido Angè, il vino seguente. Galeae, un nome da fascino latin sounding, è una particella di terreno il cui nome deriva dal nome dell’antico proprietario, tale Galè. A me ricorda la traduzione del latino Galea, l’elmo, e in effetti la forma di terreno ricorda esattamente il copricapo. Nessuno potrà mai affermare niente con certezza, e grazie a questo avremo la libertà di considerarli entrambi validi.
  • Infine, tra i rossi, Angè, un vino secco, morbido, pieno di macchia mediterranea e di struttura, salmastro, speziato, perfettamente armonico nelle sue note tanto diverse ma che si integrano in una beva di elegante equilibrio. Angè viene vinificato in un piccolo contenitore e, in seguito a travasi, trascorre un periodo in barriques. L’estate successiva viene messo in produzione.

Kà Mancinè produce anche un rosato, nominato Sciakk, ma la storia dello Scic’tra ve l’ho spiegata varie volte. L’ultimo arrivato in casa Kà Mancinè è una chicca in anfora che andrò a prendere molto presto, ve la racconto prossimamente.

L’immagine perfetta

Le etichette mi piacciono tantissimo. Al centro, dominante, una sinuosissima linea curva che prende le sembianze di una donna che tiene sulla testa una gerla carica di raccolte. E’ la rappresentazione della fatica e della dedizione al lavoro, ma a me sembra che danzi. Ricorda quelle danze tribali africane di donne dai lineamenti lunghi e ancestrali ma si tratta di un particolare tratto da un dipinto fatto da Maurizio che l’ha scelta per tutte le etichette: la stessa protagonista, colori diversi a seconda del vino.

Prima danza sull’azzurro che ricorda il mare. Beragna è infatti un vino ricco di sapidità.

Poi si muove sul nero che richiama la terra. Angè è il vino che ritrae il terroir di provenienza.

Ora Il verde dell’acidità della Tabaka.

A proposito…cos’è la Tabaka?

La Tabaka, detta anche Massarda o Mortolata, a seconda della zona in cui nasce e cresce, è l’uva eroica a piede franco che ha sconfitto la fillossera. La sua storia inizia alla fine del secolo XIX, quando il parassita si scaglia duramente sul Rossese, risparmiando la Tabaka, eroina che le ha resistito perché immune. Non necessita di portainnesti, come ci racconta Maurizio. Documenti dell’epoca lo attestano come il vitigno bianco più diffuso nel distretto di Ventimiglia. È un vitigno da cui si produce un vino rappresentativo del territorio, dove freschezza e sapidità rimandano al mio viaggio di arrivo in cantina, a tutte quelle piante e a quei profumi selvaggi. La buccia è coriacea e grazie alla ricchezza di polifenoli il gusto è compatto ed energico. Di maturazione tardiva, la Massarda è vendemmiata in ottobre. In virtù del portainnesto americano, si è tornati alla coltivazione del Rossese, con un po’ di ingratitudine per una pianta che ha salvato il raccolto in uno dei momenti più bui della storia della viticoltura.

All’inizio degli anni ’10 del 2000 è stata creata, per renderle giustizia, una porzione di terreno sacrificato da alcune vigne di Rossese, dedicata solo alla Tabaka, come è chiamata a Soldano, Massarda a San Biagio e Mortolata a Ventimiglia. Inizialmente, racconta Maurizio, quest’uva era destinata alla produzione di vino per consumo domestico. Nel 2012, seduti ad un tavolo, la famiglia ha deciso di darle una nuova vita e da quel momento le vinificazioni sono state finalizzate sempre e solo alla ricerca di identità. Ogni anno, questo vino si rivela una sorpresa sempre diversa da sé stessa. Si tratta di un’uva non facile da coltivare, che richiede condizioni positive per maturare bene, a cominciare dall’altitudine, prima prerogativa. La si può considerare l’introduzione al mondo del Rossese perché lo ricorda nelle sensazioni di forza gustativa. Alcuni pensano che sia parente del Pigato, quindi del Vermentino, ma nessuno l’ha mai affermato scientificamente. 

Infine beviamo Angè, sempre proveniente dal vigneto Galeae, un ettaro e mezzo di proprietà precedente dello zio Angelo, ecco perché Angè. Nessun latinismo per questo Rossese.

Il Rossese di Dolceacqua è stato il primo vino della Liguria ad aver ottenuto la DOC nel 1972. Il Rossese ha il dna del provenzale Tibouren e la sua presenza in queste valli di confine potrebbe essere a opera dei romani, come è accaduto per altri autoctoni di questa parte di Mediterraneo.

È stata effettuata un’immensa operazione di zonazione, di cartografia e di ricostruzioni storiche che ha portato al riconoscimento delle “Nomeranze”, nome ligure che indica le MGA, Menzioni Geografiche Aggiuntive, aggiunte nel disciplinare del Rossese dal 2011. Menzioni che possono essere riportate in etichetta con il toponimo, definendo così la provenienza delle uve.

Ce ne sono 33, tra cui rientra anche Beragna. Quando Maurizio dice di tenerci alla specificità della provenienza, ha ragione. Suoli, condizioni climatiche differenti, ventilazione, esposizione ai raggi solari, particolarità uniche del terreno per vini particolari e unici.

Unicità, specificità. 

In questa boutique della produzione vinicola ponentina, il territorio assume la specifica particolarità di quello che la terra sa dare nella sua unicità. Dalle parole di Maurizio, che non ha mai perso il suo sorriso dall’inizio della visita, emerge un pensiero: “voglio poter dire che quel vino viene da quella parcella di terreno là perché non potrebbe provenire da nessun’altro luogo al mondo”. Una capsule collection dell’enologia che piace per la qualità indiscussa dei suoi prodotti, portatori di espressioni potenti, dove l’enologia è finalizzata alla ricerca della personalità di ogni annata.

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