L’azienda agricola BioVio: valori di semplicità, costanza e lavoro quotidiano nella piana ingauna

Il brusio melodico del lavoro costante attraverso mani e gambe in perpetuo movimento, l’organizzazione dei ruoli familiari che si intrecciano a quelli del lavoro in un continuo coinvolgimento reciproco. Sono queste le aziende che piacciono a Wine Heritage Lab, le realtà di nicchia, profumate di casa. Non è soltanto calore familiare, sono i valori innati di persone che curano i frutti della terra che gli è stata affidata, e che custodiscono con dedizione, rispetto e amore, giorno dopo giorno.

4C: Caterina, Camilla, Carolina, tre sorelle, e C di Chiara, la mamma, moglie di Aimone Vio con il quale coltiva biologico dal 1989, quando di biologico non si sentiva nemmeno parlare. BioVio è un nome pulito, sonoro, semplice e  diretto nella rivelazione della missione aziendale.

Avevo già incontrato la scritta 4C sull’etichetta del loro Sciac’tra nell’enoteca del paese che ospita le mie estati felici in Liguria. Un posto silenzioso e immobile, diverso dalle imposizioni modaiole, e per questo molto più discreto di qualsiasi altra località estiva desiderata dagli italiani, e non solo da loro.

La famiglia Vio riempie di genuinità e calore domestico il piccolissimo borgo di Bastia di Albenga, nel centro della piana, dove, oltre alla vite, coltivano erbe aromatiche, e d’estate il basilico. Vigneti e uliveti godono dei climi dell’entroterra ligure, e i frutti del lavoro di questa famiglia sorridono in uno spazio di 9 ettari suddivisi in tanti piccoli appezzamenti sparsi per la zona. E’ un lavoro faticoso, e per questo lodevole, soprattutto per la qualità che riescono a dare alla loro produzione.

Qui si coltivano solo varietà autoctone, nessun’altra internazionale, perché i gusti dominanti del mercato non stanno a cuore alla famiglia Vio, quanto invece una ricerca di gusto che rispecchi la natura del territorio di cui si prendono cura. Ciononostante, ho letto recentemente che i loro vini sono apprezzati negli Stati Uniti, e questo dimostra quanto la resistenza alle mode sia importante in questo ambito. Ma questa è un’opinione.

Avevo chiamato il giorno prima per prenotare la degustazione, quell’aperitivo nell’enoteca sotto casa mi aveva convinta ad approfondire la conoscenza dell’azienda.

Al mio arrivo trovo un agriturismo curato nel dettaglio, dettato da un gusto femminile che assomiglia a chi l’ha creato, lontano dalla concezione asettica di ospitalità che ormai ci aspettiamo di trovare ovunque.  Chiara, nel suo grembiule da cucina, è concentrata sul gran da fare e sul via-vai di ospiti italiani ed europei che hanno ritrovato nell’Italia, dopo lo sconforto che stiamo vivendo in questa nostra strana epoca, un felice rifugio di bellezza per le ferie. Ricorda il Natale di un tempo, quelle immagini giallo-dorate e appannate, quando tutti venivano da parti diverse allo scopo di vivere l’ambiente domestico per un breve periodo, dove tutto restava sospeso e importava solo stare bene in un luogo protetto e amichevole.

Ci accomodiamo su un tavolo sotto il patio d’ingresso, dove un assonnato e tenero cane si stava dirigendo verso l’ombra per guadagnarsi il suo spazio al fresco e sonnecchiare. Si accascia lentamente vicino a me per fare gli onori di casa; da quando la fobia per i cani mi è passata, ho scoperto un’incredibile affinità con questi animali sensibili e leali. Il cane dormiente, il ritmo dell’agriturismo avviato, le cicale in frinire, le bottiglie sul tavolo. Tutto era pronto per la degustazione guidata da Caterina, l’enologa di famiglia che mi permette di iniziare dal rosato, perché quel vino mi ha introdotta alla conoscenza di questa piccola, ma per me grande azienda. E’ lo Sciac’tra di cui vi ho parlato diverse volte, e che qui ho ritrovato nella versione composta da uvaggio 100% Rossese di Campochiesa, prodotta a Campochiesa, ad un’altitudine di 50 metri s.l.m., vendemmiata a metà settembre. Una delicata ma decisa buccia di cipolla, il cui mosto viene criomacerato per 24 ore, pressato in modo soffice, fermentato con lieviti indigeni a temperatura controllata in vasche d’acciaio, poi matura due mesi. Lasciatelo affinare un mese in bottiglia, e apritelo pronti a farvi pervadere da fiori e fragoline al naso, e da frutta, sale e minerali in bocca.

Ho esagerato con la tecnica, torniamo al racconto. Aggiungo soltanto che la vendemmia avviene in momenti diversi, poi le uve vengono assemblate, e i vini bilanciati naturalmente, senza l’aggiunta di solforosa in eccesso. Li ho assaggiati tutti, ma voglio raccontarvi di quelli che mi hanno lasciato un ricordo, e delle sensazioni nuove che ho provato bevendoli.

IL PIGATO, EMBLEMA DI UNA TERRA

Dopo il rosa, faccio un salto indietro e torno dal Pigato, parente grasso, brillante e puntinato del più famoso Vermentino. L’azienda ne produce 3 tipologie: Grand-Père, Bon in da Bon e Marenè. Vi racconterò dei primi due.

Il Grand-Père

Il primo, il Grand-Père, non ha un nome casuale, perché il suo gusto rimanda alla memoria olfattiva dei mobili delle case dei nonni. Più precisamente, indica l’antico metodo di vinificazione dei bianchi, quando si faceva fermentare il vino a contatti con le bucce, senza aggiungere lieviti, né solforosa. Non fa acciaio come un normale Pigato ma legno. I suoi riflessi sono giallo dorati ramati e non orange perché la fermentazione avviene a temperatura controllata.  

 Il suo bouquet sa di frutta matura, di fiori che sprigionano la loro essenza. Ricorda la forte ginestra che incanta con il suo giallo che nasce dalla fredda roccia, ricorda la succosa albicocca matura, la sua buccia che fa resistenza per un secondo, quando si apre a metà per mangiarla, e ci avvolge con sensazioni acidule e decise. È molto interessante in termini di evoluzione, perché mezz’ora più tardi erano comparse al naso anche erbe aromatiche.

Nonostante la sua bevibilità, non è un vino da bersi quotidianamente, è da meditazione, o accompagnato da formaggi di cui sceglierete voi la stagionatura. E’ un prodotto impegnativo perché testimonia il passato, e ci impone il rispetto per chi il vino l’ha prodotto prima di noi, e risveglia la consapevolezza di risultati d’impegno ottenuti senza la tecnologia di cui godiamo oggi. E’ un vino che non ha niente a che vedere con l’ossidazione volontaria che tanto viene ricercata ultimamente per riprendere il passato, o “il vino alla maniera dei nonni”. L’ossidazione non è un indice positivo, un vino ossidato non è pulito, e lo saprebbero fare tutti. Qui è diverso, questo vino è un processo di memoria.

Arriva Chiara con la focaccia, fatta con il loro olio, quello buono che non si assorbe nelle mani, ed è talmente genuino che probabilmente non assorbirà nemmeno nei punti critici, pensavo. Ed era così buona che il costume da bagno è diventato subito l’ultimo dei problemi, e sentivo la sfortuna di essere cresciuta nel contesto di città, dove chissà che olio ci hanno rifilato nelle focacce da merenda.  Ma qui siamo in Liguria, e la questione è inesistente.

Il Bon in da Bon

Poi il Bon in da bon, il mio preferito tra tutti i Pigato qui prodotti, da uve vendemmiate tardivamente a metà ottobre. Non è lontano dal Grand-Père, i due condividono parte della balsamicità e la stessa ampiezza aromatica, ma in bocca è più secco e mandorlato. La prima bottiglia viene prodotta nel 2004, in un momento in cui le uve da bianco si raccoglievano rispettando i parametri chimici ideali per quella che si considerava la maturazione perfetta. Aimone si accorge che il vino buono si fa l’uva matura e non per forza acida, indice, l’acidità, che dà vini certamente freschi, ma non necessariamente perfetti. Che poi, vini perfetti, chissà che significa. È stato il primo Pigato vendemmia tardiva ad uscire in commercio, grazie alla benedizione del nonno che, assaggiandolo, esclamò: belin, stu vin l’è bon in da bon!

Occasione perfetta per un naming azzecatissimo.

GRAZIA E DECISIONE NEI ROSSI DI LIGURIA

Poi ci sono stati i rossi. I rossi liguri non godono di particolare struttura, ma sono ben adattabili alla gastronomia locale che ne esce esaltata.

Bevo Rossese e Granaccia.

Il primo, U Bastiò, deriva da una varietà di Rossese che è clone di quello di Dolceacqua ma piantato ad Albenga, e che si è adattato bene al nuovo terroir. E’ godibile, fresco anche da aperitivo estivo e perfetto con la cucina asiatica. A questo proposito, Caterina racconta che agli asiatici, ai giapponesi in particolare, non importa il sensazionalismo della big etichetta. Musica per le mie orecchie. A questo target interessa il sentimentalismo del vino, quello che trasmette alla beva, e soprattutto che ben si adatta alla loro cucina. E pare che il Rossese BioVio riesca ad accontentarli.

Poi la Granaccia, Gigò, coraggiosa presenza in una zona storicamente vocata a uva bianca. Solitamente la Granaccia è una varietà difficile da trovare in purezza a causa del suo tannino erbaceo, e per questo abbinato in blend con la Syrah. Ma qui, ripeto, si esaltano le tipicità varietali, non le altrui consuetudini enologiche. Ancora musica per le mie orecchie.

DELL’INCANTO DEL SILENZIO E DELL’APPARTENENZA ALLE ORIGINI

La degustazione era giunta al termine. Senza rendermene conto, il cane si era allontanato andando incontro ai nuovi ospiti in arrivo, quasi mi stesse ricordando che dai sogni che si vivono durante degustazioni come questa, è necessario risvegliarsi. In quel momento con Caterina stavamo riflettendo su quanto sarebbe importante se ognuno di noi mettesse radici nel proprio territorio di nascita, e se imparassimo a conoscerlo per diffonderlo nella propria ricchezza. Allora la potenza del richiamo alle origini sarebbe immensa e tutti crescerebbero in modo sano, consapevole e convinto, diventando ambasciatori del patrimonio in patria.

Questo pensiero rimanda alla filosofia di vita delle Langhe, dove Caterina ha studiato per anni. Luoghi incantevoli dove il sudore si mischia all’aria. Questo è respirare bellezza. Ma la Liguria non è tanto diversa. Magari non avrete le vertiginose coste dei colli ad accompagnare la vista fino a valle attraverso filari perfetti, con lei bisogna avere più pazienza. Bisogna imparare ad ascoltare i suoi silenzi, assecondare la sua immobilità, scoprire la ricchezza di sapori e dei colori che corrono fino al mare per mettersi in sintonia con la gelosia di una terra che nel suo intimo sa quanto sia prezioso il culto della sua ricchezza naturale.

Se non avete avuto la possibilità di provare quanto state leggendo, allora fatelo al più presto. Fatelo attraverso i vini di questa terra, i suoi autoctoni potenziati dal sole e aggraziati dal vento di mare. Potete farlo anche da soli, ma niente è equiparabile all’esperienza guidata da famiglie che difendono l’immenso patrimonio culturale che il destino ha chiesto loro di preservare con cura, rispetto e amore.

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