Luce e calore riflessi nei vini della Languedoc: la Minervois (Parte I)

Decisioni importanti.

G. “Partiamo. Domani”.

L.”Va bene. Meta?”

G. “Non lo so, ma bisogna andare. Hai proposte?”

L. “Sai dove mi porterebbe il mio istinto. Fossi in te non lascerei troppo margine decisionale”

G. “Vorrà dire che, tanto per cambiare, i nostri cuori annegheranno, ancora una volta, in un bicchiere”

L. (margine della bocca alzato in un mezzo sorriso euforico): “ok”.

G. Si gira, soddisfatto. Sapeva come renderla felice.

La Linguadoca è uno di quei luoghi capaci di essere prima di tutto uno stato d’animo. Il suo patrimonio naturalistico composto da grotte, conche, canyon e gole vertiginose ai cigli della strada, ha la capacità di rendere partecipi di uno scenario di bellezza rarissimo. Il sole è sempre presente e la calura è continuamente mitigata dalla brezza del Mediterraneo. Una tale omogeneità climatica si materializza nei calici perché tra cielo e terra, tra il verde, l’azzurro, l’ocra e il rosso ci sono filari di vigneti che, se il fiuto non mi inganna, faranno parlare di sé nel panorama vinicolo del prossimo futuro.

E’ per questo motivo che ci tengo a parlare di vino come bene culturale, perché il vino è il riflesso del carattere della sua terra d’origine, quando fatto con criterio e coscienza. Il Terroir, in una parola bellissima che i francesi, nella genialità con cui sanno fare sintesi, hanno trasmesso al mondo intero. La Linguadoca ha un’estensione territoriale che va dal Gran Massiccio Centrale al Mar Mediterraneo, e la vista si alterna a rocche catare, villaggi medievali e Folies Languedociennes, caratteristiche abitazioni signorili di questa regione.

Non da ultimo va detto che si tratta della prima regione agricola francese in termini di ampiezza (263,000 ettari – più di un terzo della produzione vinicola del paese – 5% della produzione globale), di varietà dei terroirs (61 AOCs, 29 IGPs espanse in 13 dipartimenti), delle uve coltivate (56 varietà suddivise in internazionali e autoctone), quindi delle varietà dei vini prodotti: bianco, rosa, rosso, e le relative sfumature, fermi o mossi.

Anche i prezzi coprono un range molto vasto. A ovest c’è una zona che fa perdutamente innamorare di sé, quella compresa tra il Canal du Midi e la Montagna Nera, che si estende fino al Parco Naturale della Haut-Languedoc. Da simili paesaggi, non possono che derivare vini dal carattere vibrante.

Non basterebbero mesi, forse anni, per finire di conoscere questo territorio, e per questo vale la pena prenderne il meglio, concentrandosi sulle zone più prestigiose per la produzione vinicola di questa parte di Francia: la Minervois, in cui si producono vini rossi, bianchi e rosè, “Le grand vin millésimé pour le vent“,  e la Liviniére, zona in cui i rossi complessi hanno l’esclusiva. Non ultima, la zona del Muscat de Saint Jean de Minervois, un vino bianco pallido e dolce.

Andiamo con ordine.  La Minervois prende il nome dall’antica città di Minerve, esplicita dedica dei romani alla Dea più saggia. Si tratta di un vasto anfiteatro, tra Carcassonne e Béziers, e dista all’incirca 30 km dal mare. Le varietà basiche principali di uve sono Syrah, Mourvèdre, Grenache noir, insieme a Carignan, Cinsault per i rossi e Grenache Blanc, Bourbulenc, Marsanne, Roussane, Vermentino per i bianchi.

Nessuna prenotazione per le degustazioni, solo voglia di addentrarsi in questo mosaico di colori e di ritrovare le sue molteplici espressioni in un bicchiere. Nel cuore della Minervois, affacciata a sud sui boschi dei Pirenei, immersa in colline occitane ricamate da olivi e campi vitati, incontriamo Le Pech d’André – Pech significa collina in occitano – cantina che prosegue costantemente il lavoro da dieci generazioni, attività che ha avuto inizio nel 1701 da Jean Baptiste d’André, lontano parente della famiglia Remaury che tiene oggi le redini dell’azienda.

Tanta varietà, un’unica costante: il rispetto per la terra da tramandare alle generazioni future, per ripassare l’antica lezione secondo cui non esiste futuro senza radici. Questa famiglia ha iniziato a metà del ‘900 la Rivoluzione Verde, ovvero il rifiuto di contaminazioni chimiche nella coltivazione della vite, e l’hanno fatto in un momento in cui erano ancora in pochi a crederci veramente.

I loro vini hanno una personalità originale, vivace e soprattutto quello che più desideravo, ovvero una spiccata mineralità e un’intensa aromaticità, ottenuta mescolando le uve «en cuve», in base a qualità e maturità. Ad ogni vendemmia, ci spiegano, c’è un’attenta ricerca di allineamento ed equilibrio.  Per quel che riguarda la vinificazione, il legno non è privilegiato: l’invecchiamento dei rossi avviene infatti esclusivamente in tini di cemento e generalmente imbottigliati 16 mesi dopo la vendemmia.

Cuvée Azerole – AOC Minervois 2010 (Syrah 80% – Grenache 20%). Frutto di un Terroir argilloso – calcareo, le uve che lo compongono crescono su vigneti di 27 anni per il Syrah e 39 per il Grenache, coltivate senza pesticidi, né di irrigazione, non utilizzano fertilizzanti organici. Impossibile? No, se sai fare virtù del Metodo Cousinié. La raccolta è meccanica, la diraspatura e la pigiatura leggere, e la vinificazione è quella tradizionale in vasche di cemento.

Note di degustazione, di getto: il colore mi ricorda una ciliegia tanto intensa da sembrare quasi nera. Il naso è potente, si esprime ancora attraverso la ciliegia. Ora arrivano dei fiori. Adesso ancora i frutti rossi. Eccolo, l’ho sentito! era il cuoio! La bocca è corposa e il tannino molto morbido, la persistenza dura a lungo. Mi verrebbe voglia di carne alla griglia, nonostante l’ora (erano più o meno le 11 del mattino).

Château de mon Père – AOC Minervois 2015 (Mourvèdre 80% – Carignan 20%). Coltivazione, terroir e vinificazione come quelli del precedente. Note di degustazione: il colore cambia e si fa granato, con riflessi ancora intensi. Il profumo si conferma complesso, ma qui entra in gioco anche la spezia, forse anche un pò di resina (confesso, questa me l’hanno suggerita).

Meno sinuoso rispetto al precedente, ma la bocca è ancora elegante e avvolgente, i tannini morbidi e il finale lungo: la Mourvèdre ama la brezza marina e toglie ogni asperità tannica. La voglia di carne alla griglia aumenta.

Grand Terroir – AOC Minervois 2010  (Mourvèdre 70% – Syrah 25% – Grenache 5%). Uguale terroir dei precedenti, vite di Syrah di 42 anni d’età. Passo ancora una volta direttamente alla degustazione: granato, ma prende la cromia intensa dalla ciliegia.

Il naso ricorda le note di mandorla che avvolgono l’olfatto all’ingresso della tenuta, con un filo sottilissimo di vanigliato che si propone in bocca. La giusta rotondità che si abbina al petto d’oca e ai formaggi. Così non rischio di diventare ossessiva con la carne.

Non finirebbe certo qui, la gamma di vini che produce la Pech d’André è vasta, ma ho preferito rendere onore alla passione che nutro per i rossi.

Infine, stavano aspettando la pioggia: sarà un’ottima annata.

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