PORCA L’OCA CHE BUONO QUESTO SANGIOVESE! Incontri online tra sommelier, aspiranti tali e vignaioli sempre connessi

Questo periodo di quarantena ha insegnato, a noi che amiamo il vino sopra ogni cosa, che quando la passione non si ferma di fronte agli ostacoli, nascono le degustazioni sulle piattaforme online.

Quando fai parte di una delegazione di persone non solo competenti, ma spinte da fuoco sacro, la degustazione diventa una riunione tra amici e lo schermo si infrange.

Quando è il produttore a raccontare storia del suo vino, che si intreccia inevitabilmente a quella della sua vita, sembra di essere intorno ad un tavolo con spensieratezza, allegria e con quella nostalgia tenera che trasmette la certezza che, anche attraverso la tecnologia, puoi avvertire l’affetto di un’amica che ti manca.

Natura morta domestica, aspettando di iniziare la degustazione

Episodio 1 di 6, prima bottiglia di sei cha ci attendono per le prossime settimane: Avete ragione: nella foto ne vedete due di bottiglie ma, come dicevo, questo è solo l’episodio 1. Quindi degustiamo il Porca l’Oca della Cantina San Biagio Vecchia di Faenza, 100% Sangiovese, gentilmente consegnato a domicilio dai bravissimi Laura e Andrea della Vineria Sonora di Firenze. Dicevo appunto che, seppur attraverso strumenti tecnologici che distanziano fisicamente, ma che saremo costretti ad utilizzare per chissà quanto tempo ancora, il calore di questo vino ci ha riuniti come commensali spensierati, ognuno a casa propria, ognuno vicino all’altro.

Il potere del vino ha funzionato anche in questa occasione. Ma non avevamo dubbi.

Amarcord Riviera romagnola anni ’90. Ovvero, il paring perfetto:

La maggior parte dei nativi padani ha trascorso almeno un’estate in Romagna alla fine della scuola, nella responsabilità dei nonni durante la settimana, che un po’ vivevano nell’attesa che arrivassero i genitori per mettersi finalmente in ferie nel weekend.

Perdoname madre por mi vida loca, ma tra gelati e piadine ripetutamente concessi, con i nonni si stava alla grande!

E’ ancora vivissima l’immagine di nonni maratoneti che mi correvano dietro per mettermi il cappello affinché non prendessi troppo sole in testa; mi ricordo bene lo spavento della nonna mentre io mi divertivo scalmanata tra le onde alte, “i cavalloni” dell’adriatico, o nella preoccupazione che fosse passato il tempo sufficiente tra il pranzo, il sonnellino all’ombra (ovviamente fingevo, non dormivo mai perché mi annoiavo ed ero già visibilmente iper-cinetica), per il prossimo, attesissimo bagno.

Una mini-me in versione marittima (con bombetta in testa, ma controvoglia), indicante oggetti misteriosi a nonno rassegnato.

Conosciamo il vino attraverso Lucia, la produttrice che insieme al marito Andrea si occupa della cantina di San Biagio Vecchia. La carica della vocale tonica di Lucia ha fatto riemergere in me questa atmosfera di fiaba che conserverò gelosamente per sempre, attraverso la bambina che non smette ancora di divertirsi tra le onde. Perciò, posso dire con certezza, che questo vino è tra gli alimenti di maggior potenza proustiana che abbia mai ingerito.

Lucia assomiglia tanto al suo vino e ne abbiamo convenuto con le amiche mentre la ascoltavamo divertite e trascinate dalla sua genuina ilarità.

Poche parole sulla cantina che si trova sulla collina romagnola di San Biagio Vecchio, a 200 metri s.l.m., 6 ettari che sono la prima finestra sulla brezza marina, e che da secoli stanno a guardare la Torre medievale di Oriolo dei Fichi. Quello di Oriolo è un terreno definibile come un mosaico composito fatto di sabbie risalenti al pleistocene, argille rosse e calcaree, distanziate pochissimi metri tra loro. La varietà del cuore dell’azienda è l’Albana, seguita da Sangiovese, protagonista di oggi, e dal Centesimino, di cui spero di parlarvi presto, quando potrò andare in cantina ad assaggiarlo e a farmelo raccontare da Lucia.

L’azienda produce anche una varietà locale di grano tenero, il Gentil Rosso.

andiamo indietro nel tempo, quando…

…fino al 2004, il custode della vigna era Don Antonio Baldassarri, parroco di San Biagio, che accolto un Andrea ancora inesperto e nei panni dello studente pentito di Giurisprudenza, che proprio in quella cantina ha ritrovato gli stessi odori presenti in quella del nonno. Segni inequivocabili che la vita ti dona per suggerirti di cogliere le opportunità. Andrea cresce nell’esperienza grazie ad un anziano contadino locale di nome Mario, e grazie allo zio Giorgio, fino a diventare un vero vignaiolo, l’uomo della terra che si fa carico di ogni singola scelta tra vigneto e cantina.

Poi, dopo quattro anni, a riempire di ulteriore senso i profumi antichi dei posti d’infanzia arriva l’amore, Lucia, la sommelier dai gusti altezzosi del ristorante dall’altra parte della strada. Abbandonato l’orientamento esclusivo sugli Champagne, Lucia ora trascorre la vita lenta e felice insieme alla sua numerosa famiglia, che si riunisce in vigna per aiutare il marito Andrea nei momenti di necessità. Come quando la vendemmia era festa, condivisione e canto.

Pier Claudio Pantieri, I vindêma 
ancora (Vendemmiano ancora)

A proposito di libertà

La consuetudine è quella di lasciare che il vino raggiunga la piena espressione in modo del tutto naturale: le uve arrivano in cantina, per trasformarsi in vino senza tecnicismi e forzature, poca solforosa e fermentazioni spontanee.

Per dirla con le loro parole:

Un passo indietro, ma sempre con la propria presenza dietro l’angolo

Perché ricorrere alla chirurgia, quando la natura ti ha fatto bella nei lineamenti? Ed è esattamente quando la natura funziona, che la filosofia operativa nel vino non può che essere questa.

Mi spiego meglio. Il vino che vi presento oggi è un 2018, se ne producono all’incirca 6.000 bottiglie ogni anno, proviene dalla vigna del pozzo, ubicata a nord-est tra due boschi che hanno funzione termoregolatrice sul vigneto. La vigna è al contempo attraversata da una falda, che induce la pianta a rispondere positivamente alle condizioni climatiche estreme.

Quando arrivano in cantina per compiere il loro divino destino di tramutarsi in vino, i turgidi grappoli di Sangiovese non subiscono estrazioni estreme, la macerazione è breve, nessun rimontaggio, si chiude riflessivo in acciaio, in apnea, per rifiorire dopo il tempo necessario per diventare il progetto di fermentazione spontanea su cui vale la pena soffermare l’attenzione. In virtù della quasi totale assenza di tannino che ci aspetteremmo da un Sangiovese toscano, è caratterizzato da un’eleganza peculiare. E’ sottile e al contempo diretto quando sprigiona la viola, confortante nel fresco finale di liquirizia, e discretamente sapido. Il nome? Ambivalente. In effetti due oche si trovano veramente in quel bosco, commercialmente efficace le vorrebbe protagoniste del racconto in etichetta. La realtà però è sempre diversa, e ci raccontano che la prima annata prodotta è stata l’infelice 2014. Piogge ininterrotte. Il tramonto degli aromi. Porca l’oca che sfiga!

Arriviamo quindi al 2018….

Porca l’oca che buona questa freschissima interpretazione di Sangiovese! Denota infine un persistente finale di pomeriggio tra amici sul prato, di pizzicante odore erbaceo che entra nelle narici, e di panini al salame dalla cesta. Gioiosissimo, il godimento senza pensieri.

Tanto lavoro in vigna,

pochi e semplici gesti in cantina

lasciando che il tempo compia

ciò che nessun altro può fare.

E’ la libertà la lezione più grande che possiamo trarre da questo modo di lavorare. La libertà è l’incastro perfetto tra i processi naturali e l’opera dell’uomo che lavora con la saggezza delle mani.  E’ questa la filosofia operativa di un’azienda innamorata perdutamente della vita.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

You May Also Like