Se anche l’arte si ubriaca. Il Bacco ebbro di Peter Paul Rubens della Galleria degli Uffizi

Realizzato in un arco temporale tra il 1635 – 1640, quest’opera ha viaggiato nei secoli. Dapprima nella Galleria imperiale di Vienna da cui è uscita il 16 dicembre 1793, arriva a Firenze nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti dove riposerà negli appartamenti del Principe fino al XX secolo,  momento in cui si trasferisce, precisamente nel 1940, nell’armoniosa campagna toscana che attornia la Villa Medicea di Poggio a Caiano, in provincia di Prato. Di nuovo farà un passaggio a Palazzo Pitti nel 1944, questa volta nel Musei degli Argenti, per terminare il suo peregrinare nel 1951, in quella che ancora oggi è la sua dimora, ovvero la sala dei pittori fiamminghi della Galleria degli Uffizi. Farà poi una breve incursione a Verona in occasione della mostra Arte e Vino, tenutasi al Palazzo della Gran Guardia nel 2015.

Dunque vi sto invitando ad una festa virtuale, come è d’uso in questa quarantena, senza nemmeno che la mamma si preoccupi dell’ora di rientro. Non è una festa qualunque, è di ambientazione agricola-campestre, c’è gente di ogni età, non proprio raccomandabile, ma vi assicuro che si mangia, e soprattutto si beve.

152 x 118cm: quanto indiscreto rumore in pochi centimetri di tela!

Quante volgarità volutamente ostentate a dimostrazione di una sicura padronanza dello spazio scenico di un artista nordico che rende omaggio al mito del vino!

Le parti del corpo sono esibite in modo sfrenato, cosi come sfrenata è la scena. Veniamo rapiti dallo scempio di corpi nudi e sfatti, lucidi e cellulitici, dove il piacere si è insinuato nella carne rendendola cancrena, dando una sensazione ancora fortissima di godimento godereccio amorale. La mitomania senza controllo del Barocco e la lucida follia che ha trovato terreno fertile in questa epoca sensuale, si esprimono nella fratellanza del gesto di una grassa baccante che si appoggia sul suo Dio, cingendogli le spalle: tra i gesti più fraterni del catalogo della gestualità rituale dell’animale uomo.

Vitalità e decadenza si alternano in balia della distruzione fisica causata dall’eccesso, e in preda alla vita più gioiosa in virtù del troppo bere, un’ebbrezza ai massimi livelli che rende liberi e felici, tanto da avere un dio e un culto dedicati a questa millenaria bevanda.

Rubens:l’artista nordico più italiano mai esistito

Ci voleva il tumultuante pennello di Rubens a ricordarci la giocondità mitologica propria del dionisiaco. Il dinamismo e l’ampliarsi delle figure nello spazio lo rendono l’interprete perfetto di una scena scabrosa in controluce, la lucidità delle carni sudate è messa in risalto dalla plastica che Rubens è grado di scolpire attraverso il suo pennello.

Quando dipinge questa ebbrezza, l’artista fiammingo è già stato in Italia, e ha osservato a dovere i maestri immortali della raffigurazione, tanto ispirarsi visibilmente al Lacoonte per dar vita alla Discesa dalla croce, realizzata tra il 1612 e il 1614, per la Cattedrale di Anversa.

Pieter Paul RubensTrittico della Deposizione dalla Croce, 1611-1614, olio su tavola, scomparto centrale 420 x 310 cm scomparti laterali 420 x 310 cm. Anversa, Cattedrale di Nostra Signora

Rubens è quindi l’artista nordico più italiano mai esistito: la sintesi perfetta tra classicismo e vibrazioni barocche, uno stile in cui sia le citazioni antiche, come nel caso di Bacco, che le iconografie della committenza a lui contemporanea, si trovano a loro agio insieme.

In quest’opera la classicità di Carracci e la natura in controluce di Caravaggio convivono allo stesso livello, accompagnati magistralmente dalla lenticolare ricerca del dettaglio tipica della meticolosità fiamminga; humus di Rubens, inconscia ricerca perenne.

L’iconografia

Il centro della scena è occupato dal Dio panzuto e laido, che poggia un piede su una presenza animale senz’altro allegorica. Dalla figura di Bacco parte un movimento circolare dell’occhio che fa cadere l’attenzione sulla menade che versa il vino nell’immensa coppa dorata del dio a cui è devota, e che pare non curarsi minimamente della nudità della sua fida seguace.

Queste due figure formano un trio insieme allo svergognato puttino che a bocca aperta raccoglie il vino perso dalla brocca, a causa della mano tremolante della menade caotica. Di spalle, la figura di Sileno, ubriaco, dalla virilità flaccida, senza vergogna e assatanato. La composizione finisce su un fanciullino intento ad orinare, anch’egli scabrosamente senza veli, privo di ogni delicatezza infantile, ma trasformato in un piccolo demonio feroce.

Come in tutte le opere di Rubens, anche qui prevalgono le scene complesse, rigogliose, i colori e i paesaggi dettagliatissimi e profondi, la preziosità dei singoli elementi.

Da molti lo stile di Rubens è considerato virtuosismo esibito. Lasciamo sempre il beneficio del dubbio ai malpensanti, ma quest’opera, seppur minore per Rubens e laterale rispetto alle grandi creazioni che l’hanno reso famoso, è di una rara eleganza discinta, arricchita di preziosità del particolare, che la fanno assomigliare a grandi creazioni enologiche caratterizzate da vibrazioni di gusto, calore, forza alcolica, speziature del legno, lunghi riposi in botte, corpo sontuoso, colore profondo, beva traditrice al primo giro di calici, ebbrezza che finisce dritta al cervello.

Ora tornate a casa, si è fatto tardi.

Non dirò nulla, rimarrà tutto nascosto, come quei grandi vini rossi che sopravvivono al tempo per celare segreti inerrarabili che si perdono nei secoli.

Annibale CarracciTrionfo di Bacco e Arianna, 1600 circa, affresco. Roma, Palazzo Farnese, Soffitto della Galleria
CaravaggioBacchino malato, 1593-1594, olio su tela, cm 67 x 53. Roma, Galleria Borghese

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